I Vallombrosani e il lavoro


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I Vallombrosani modellarono la loro azione sulla Regola di San Benedetto, fedeli al principio che il monaco deve mantenersi col proprio lavoro ("ora te labora"). Dopo la fondazione, nei secoli XII, XIII e XIV il monastero di Astino accrebbe notevolmente i suoi territori grazie a donazioni e acquisti, espandendosi in tutta la Valle d'Astino ma anche nella Bassa bergamasca e nell'Isola, in Val Brembana, in Valle Imagna e all'imbocco della Val Seriana raggiungendo più di 2600 ettari di terreno. I monaci curarono la produttività della terra, grazie anche a importanti interventi di canalizzazione delle acque, e lo sfruttamento delle risorse forestali. La costituzione di ampi possedimenti terrieri nella pianura e nelle valli, resero possibile anche lo sviluppo dell'allevamento basato sulla transumanza. Nelle zone montane dominava la cura delle foreste e dei pascoli, nelle aree collinari la viticoltura, come nella valle di Astino e a Valtesse, mentre in pianura le coltivazioni a cereali. Molto remunerativi erano i diritti sull'estrazione di ferro, rame e argento dalle loro miniere a Valleve e di roccia marna (per miscele cementizie) a Zogno. Per la costruzione del monastero e degli edifici rurali ad esso collegati i monaci fin dal XII secolo sfruttarono cave di pietra nella stessa Val d'Astino: di una cava di arenaria, posta nel lato Sud-Ovest della valle, è tuttora visibile una parete rocciosa, mentre della miniera di marna da cemento vi sono ancora tre gallerie poste su differenti livelli. Sempre a scopo edilizio destinarono una fornace da loro costruita nel bosco della Grancia (Allegrezza) vicino al monastero.